venerdì 11 maggio 2012

La Fim di Sondrio elegge il nuovo Segretario Generale



Il giorno 11 maggio 2012 si è riunito il direttivo Fim Cisl Sondrio a Verceia (So) presso l’Hotel Saligari  per eleggere il nuovo Segretario Generale
e la nuova segreteria a fronte delle dimissioni di Mirko Dolzadelli eletto in segreteria Cisl territoriale;
la presidenza del direttivo è stata affidata a Nicola Alberta, Segretario Generale Fim Lombardia.
I numerosi interventi dei componenti del direttivo hanno approvato la relazione del Segretario Generale uscente,
successivamente si sono tenute le elezioni con il seguente esito:
Davide Fumagalli Segretario Generale, e su sua proposta Roberto Rovedatti e Gabriella Marcelli in segreteria.
Le conclusioni del direttivo sono state tenute da Beppe Farina, Segretario Generale Fim Nazionale.

mercoledì 2 maggio 2012

mercoledì 25 aprile 2012

Nuovo patto per l'Europa


L’instabilità e l’incertezza finanziaria ed economica che stanno caratterizzando, e caratterizzeranno ancora a lungo, l’attuale stagione dei mercati e della società, dipende anche da una grande domanda sul presente e sul futuro dell’Europa, dell’Europa economica, civile e politica. Quando nel 1951 fu creata la Ceca, laComunità del carbone e dell’acciaio, dietro questo evento epocale, passo fondamentale verso il "Trattato di Roma" e, quindi, la Comunità Europea, ci fu un’intuizione geniale e profetica, di enorme portata politica, culturale e anche spirituale: creare un patto di comunità proprio sulle risorse strategiche che erano state al centro dei due grandi conflitti mondiali, quel carbone e quell’acciaio che avevano alimentato le guerre.
L’Europa sta vivendo, ormai da qualche anno, la crisi civile più grave dal dopoguerra. La globalizzazione dei mercati, e stili di vita insostenibili sul piano dei consumi individuali e collettivi (debiti pubblici), hanno destabilizzato, forse minato, l’equilibrio su cui si era fondata la Comunità europea generata dai primi trattati. Se oggi l’Europa vuole veramente uscire da questa grave crisi e immaginare una nuova stagione di benessere e di civiltà, è chiamata a fare qualcosa di simile a quanto fatto nel 1951 dai nostri padri e nonni: deve veramente mettere in comune la principale risorsa strategica che sta procurando in questi anni una nuova forma di guerra tra i popoli del Vecchio continente e, sempre più, del mondo: la finanza. Quanto fatto finora con l’euro, la Bce, il fondo salva-Stati, non è evidentemente sufficiente. Un patto di comunità sulla finanza significherebbe molte cose, tra cui dar vita agli eurobond e ad una vera Banca centrale europea, che però per essere creati hanno bisogno di un elemento fondamentale, tanto essenziale quanto evidentemente assente o quantomeno insufficiente, vale a dire la fiducia vera tra Stati e istituzioni europee.
La finanza europea e mondiale ha, insomma, urgente bisogno di una vera e propria riforma strutturale. Questo capitalismo finanziario che ha sempre più in mano (o sotto scacco) grandi imprese, istituzioni e politica, sta diventando un "male comune globale", che rende insostenibile il nostro sviluppo e si basa sul dogma della massimizzazione dei profitti di breve periodo. Un dogma, che in passato era implicito e normalmente taciuto, e che oggi, invece e senza alcuna vergogna, è esplicitamente dichiarato come l’unica via possibile all’efficienza e alla crescita.
Un vero patto europeo "sulla e per la finanza", potrebbe rappresentare un primo e deciso passo verso la necessaria e urgente regolamentazione della speculazione finanziaria, richiamando le banche alle loro funzioni fondamentali per il bene comune (accesso al credito, gestione prudente dei risparmi, sostegno agli investimenti delle imprese produttive), funzioni che sono state negli ultimi decenni tradite dalla grande finanza speculativa che sta snaturando l’intero settore finanziario, e quindi l’economia e la società.
Luigi Einaudi ricordava spesso che la scienza economica dovrebbe studiare soprattutto i "punti critici", vale a dire quelle soglie superate le quali una realtà da positiva diventa negativa (e viceversa). Oggi la finanza ha certamente oltrepassato questa soglia e da fondamentale ancella dell’economia e delle famiglie, sta diventando tiranno del mondo. Sono questi i momenti nei quali l’alta politica deve tornare a svolgere il suo compito dando vita a processi istituzionali che ripongano al centro della vita civile le istanze del bene comune, un bene comune oggi talmente evidente da non dover scomodare alcuna disputa teologica o filosofica sulla sua natura. In questi anni si sta giocando una partita decisiva per la democrazia.
Il forte terremoto provocato dalla globalizzazione dei mercati e della ideologia capitalistico-finanziaria ha dato uno scossone potente all’edificio democratico. Le misure che stiamo prendendo in questi anni e mesi sono solo puntelle per impedire all’edificio di crollare definitivamente, senza che si intravvedano vere operazioni di ricostruzione delle strutture portanti.
Un patto europeo "sulla e per la finanza" ne sarebbe il primo e fondamentale pilastro, ma non si vedono negli attuali leader politici né la forza delle idee né il coraggio civile di dar vita a una tale impresa, lasciando così alle giovani generazioni una casa comune pericolante e in costante rischio di crollo di fronte alla prossima scossa. Occorre allora continuare a parlare, e sempre di più, di questi temi fondamentali e assenti dai dibattiti pubblici poiché se ci sarà una rinascita dell’Europa e un nuovo ordine economico mondiale, questa volta non potrà sorgere dalla sfera politica (troppo debole dopo la fine delle ideologie): la speranza sta tutta nella società civile e quindi nella voglia di vita e di futuro della gente.

di Luigino Bruni, tratto da "Avvenire" del 15/04/2012

mercoledì 21 marzo 2012

Beppe Stoppiglia: messaggio alla Cisl


Alla vigilia della pensione, il prete sindacalista, fondatore dell’associazione
Macondo, lascia un messaggio all’organizzazione che lo ha visto protagonista al fianco dei lavoratori e in numerosi campiscuola: apritevi all’ascolto e alla relazione con le persone, tutelate l’infanzia e promuovete l’aggregazione dei giovani, e valorizzate le diversità...


tratto da "Conquiste del Lavoro" del 2 marzo 2012

lunedì 19 marzo 2012

Familismo morale

Il rapporto Censis sui "valori degli italiani" è una buo­na notizia per il Paese. Emerge un familismo mora­le, che è meno raccontato e famoso del familismo a­morale di cui si parla e straparla per descrivere il mo­dello italiano. Le relazioni, quelle familiari e comuni­­tarie, sono poste in cima ai valori. E – ciò che il Censis non dice ma che è emerso da una ricerca svolta con un collega dell’Università di Milano-Bicocca (Luca Stan­ca) – le persone che attribuiscono im­portanza alla famiglia e alle relazioni sono mediamente anche quelle più felici. Dopo alcuni decenni che han­no visto l’ipertrofia della finanza e del consumismo, questi primi anni di crisi stanno risvegliando una vo­cazione nazionale che non era morta, ma che si era soltanto assopita, covando viva e calda sotto la cene­re.

L’Italia ha una storia di relazioni che dura da oltre due­mila anni: la cultura mediterranea, il cristianesimo, lo scambio e il commercio, la cultura cittadina e borghi­giana, hanno creato nei secoli una identità dove il va­lore della relazione è al centro del suo dna. È stata que­sta rete di 'relazioni tra diversi' che ha fatto grande l’I­talia quando è stata grande(Umanesimo civile, Sette­cento riformatore, Risorgimento, Ricostruzione...); e anche le sue patologie (come certi familismi amorali e alcune forme di mafia), possono anche essere lette co­me malattie e degenerazioni di questa stessavocazio­ne alle relazioni. Oggi, allora, in questi tempi di crisi e in questi giorni duri, ci stiamo accorgendo che è molto più interes­sante e appagante investire tempo nelle relazioni che consumare denaro negli ipermercati. Un secondo da­to del rapporto, infatti, si sposa perfettamente con il pri­mo (relazioni): il 57% degli italiani ritiene che nella pro­pria famiglia il desiderio di consumare è meno inten­so rispetto a qualche anno fa. E, cosa molto importan­te, lo pensa indipendentemente dalla diminuzione del proprio reddito.

È come se ci stessimo accorgendo del bluff di un mo­dello di economia fondato sui consumi: il gioco di pen­sare di rilanciare una economia in crisi di fiducia e di entusiasmo civile e spirituale rilanciando consumi è durato poco, e ha lasciato tutti scontenti e delusi. È dav­vero bizzarro, se non offensivo, pensare che in questi tempi di seria diminuzione del reddito reale delle fa­miglie qualcuno possa pensare che una strada di ri­lancio dell’economia possa essere tenere aperti i negozi 7 giorni su 7 e 24 ore su 24.

Il consumismo sostenuto dai debiti, va ricordato, è la malattia della crisi: come può diventarne ora la cura? Certo, c’è bisogno di più crescita economica, ma c’è bisogno soprattutto che la gente ritrovi l’entusiasmo delle relazioni, si rimetta assieme in modo creativo per generare posti di lavoro, e non di gente che passa le se­rate e i week end nei centri commerciali a sognare, fru­strati e con sempre meno soldi in tasca, stili di vita tri­sti e irreali. I sogni oggi vanno orientati verso la produzione e la ge­neratività, non solo verso i consumi, se vogliamo spe­rare in meglio. Dovremmo, infatti, ricordare di tanto in tanto che una economia non regge a lungo se trascu­ra i settori primario (agricoltura) e secondario (produ­zione), e punta troppo sul terziario (commercio e ser­vizi). I Paesi che oggi sono in grave crisi, lo sono anche, e forse soprattutto, perché, anche a causa di politiche europee non sempre lungimiranti, hanno nei decenni passati abbandonato settori tradizionali nei quali ave­vano saperi e competenze antichi (penso alla pesca e all’agricoltura in Portogallo), per gettarsi su servizi e commercio, settori spesso molto fragili e a basso valo­re aggiunto reale. Le relazioni familiari e comunitarie non reggono se non sono sostenute da relazioni lavo­rative serie, che generano reddito e riducono l’incer­tezza della gente, risorse queste che poi alimentano tutte le altre relazioni della vita.

Il grande economista Albert Hirschman ci ha mostra­to che i Paesi non conoscono soltanto i cicli economi­ci(recessione-espansione), ma anche i «cicli della fe­licità »: fasi storiche nelle quali prevale la ricerca della felicità privata (individuo) che si alternano ad altre nel­le quali prevale invece la voglia di felicità pubblica (re­lazioni). E, come nei cicli economici, una fase prepara l’altra, e quando si arriva al culmine della felicità pri­vata si creano le premesse per il suo superamento ver­so una stagione di felicità pubblica. Per Hirschman il principale meccanismo che produce il cambio di fase è la delusione.

Oggi siamo nel bel mezzo di uno di questi momenti di "flesso" del ciclo, ma affinché questo desiderio di "fe­licità pubblica" sia sostenibile e influenzi anche il ci­clo economico, occorre subito una nuova politica. Die­tro la loro apparente anti-politica gli italiani non stan­no chiedendo meno politica, ne stanno chiedendo di più ma diversa,sussidiaria e più leggera. Senza ade­guate relazioni politiche, le relazioni civili, comunita­rie e familiari non diventano mai motore di quello svi­luppo economico e civile di cui abbiamo un vitale bi­sogno.


di Luigino Bruni tratto da "Avvenire" del 16/03/2012

lunedì 13 febbraio 2012

Morbegno giovedì 16/02:LABUR FILM FESTIVAL

Giovedì prossimo, 16-02.12, a Morbegno ha inizio il Labour Film Festival che assieme a ACLI, CARITAS, e SOL.CO della nostra provincia abbiamo organizzato come CISL di Sondrio.

Crediamo che questa iniziativa, innovativa e culturalmente molto interessante possa trovare largo consenso e condivisione anche nella nostra realtà provinciale.

Il primo appuntamento è con la pellicola “Luise Michael”

Vi aspettiamo numerosi!!!


lunedì 6 febbraio 2012

Omaggio a Wisława Szymborska


Scrivere il curriculum

A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
È d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce
di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Wisława Szymborska
(Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1° febbraio 2012)

venerdì 3 febbraio 2012

Sospensione rate del mutuo: proroga fino al 31 luglio 2012

Prorogato l’accordo tra le Associazioni dei consumatori e l’Associazione bancaria italiana sulla sospensione delle rate dei mutui. Sarà possibile, quindi, presentare le domande per la sospensione delle rate fino al 31 luglio 2012 e l’arco temporale in cui dovranno verificarsi gli eventi che determinano l’avvio della sospensione è prorogato fino al 30 giugno 2012.

Il Piano Famiglie, siglato per la prima volta il 18 dicembre 2009 tra l’Abi e 13 Associazioni dei consumatori (Acu, Adiconsum, Adoc, Assoconsum, Assoutenti, Casa del Consumatore, Cittadinanzattiva, Confconsumatori, Federconsumatori, Lega Consumatori, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori), è stato già prorogato nel 2011. Secondo gli ultimi dati disponibili, al 30 novembre 2011, le banche hanno sospeso oltre 55.000 mutui, garantendo alle famiglie interessate una liquidità complessiva di oltre 420 milioni di euro, pari a 7.636 euro a famiglia.

I contenuti dell’accordo restano più o meno immutati; viene soltanto rimodulato a 90 giorni (invece che 180) l’arco temporale per la definizione di ritardo nel pagamento delle rate. Le banche che aderiscono all’iniziativa sono le stesse, a meno che non comunichino all’Abi una volontà diversa.

Le parti si sono anche impegnate a promuovere emendamenti al Fondo affinché la misura sia estesa a categorie di eventi attualmente escluse ed a promuovere un confronto congiunto con i partecipanti al Tavolo di attuazione del Piano Famiglie, al quale è invitato a partecipare anche il Ministro dell’Economiaper verificare possibili miglioramenti dello strumento.

“La proroga dell’accordo che sospende il pagamento delle rate dei mutui è un segnale importante di attenzione per chi attraversa un periodo di difficoltà economiche, – commenta Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino – in particolare alla luce anche dei preoccupanti dati ISTAT diffusi oggi, che danno una disoccupazione in aumento e soprattutto ci dicono che riguarda oltre il 31% dei giovani, prevediamo che queste situazioni cresceranno e quindi sarà necessario prevedere fin dai prossimi mesi ulteriori moratorie, allargando casi e tempi. Come Movimento difesa del cittadino stiamo elaborando proposte in questo senso che invieremo all’ABI nelle prossime settimane”.

“Adiconsum – dichiara Pietro Giordano, Segretario Generale Adiconsum – ritiene che sia ormai tempo della realizzazione di un Fondo mutualistico stabile realizzato sì con soldi pubblici, ma anche con contributi delle Fondazioni Bancarie e simbolicamente dai consumatori, che dia reali certezze a quelle famiglie che per il ridimensionamento del loro reddito per eventi come la disoccupazione, la cassa integrazione, ecc, non sono in grado di poter onorare il proprio debito”.

Giordano chiede, inoltre, alle banche di non requisire le abitazioni mettendole all’asta: “le diano in affitto per cinque anni, con canoni mensili dimezzati rispetto al mutuo alle stesse famiglie, che con la perdita dell’abitazione rischiano il lastrico”.

Positiva la richiesta congiunta sia da parte di Abi che dei Consumatori al Governo di un emendamento che consenta l’accesso al Fondo del Ministero dell’Economia a coloro che non riuscissero dopo il Piano Famiglie a riprendere i pagamenti. “Adiconsum in particolare – sottolinea Giordano - ha fatto inserire nell’accordo che saranno ricercate congiuntamente tutte le misure utili per sostenere le famiglie che non possono far fronte al proprio indebitamento”.

martedì 24 gennaio 2012

Ichino: Pomigliano, il bersaglio sbagliato della sinistra

Caro direttore,

venerdì mattina ho visitato in ogni reparto il nuovo stabilimento della Fiat di Pomigliano. Il pomeriggio dello stesso giorno, all'Università di Napoli, ho assistito all'intervento urlato di un gruppo di contestatori; uno dei loro slogan era «contro Marchionne e contro il precariato». Ho provato una stretta al cuore per l'inganno di cui quei ragazzi sono vittime. E per la responsabilità grave che tanta parte della sinistra italiana si assume demonizzando un insediamento industriale come questo.

Ho visto moltissime fabbriche metalmeccaniche; ma una come questa di Pomigliano non l'ho vista mai. Non mi riferisco all'esercito dei robot del reparto lastratura, che compiono interamente da soli il lavoro più pesante e pericoloso: il montaggio e la saldatura della scocca, la struttura della Panda. Mi ha impressionato molto di più il resto della fabbrica, dove a operare direttamente sono le persone. La prima cosa che mi ha colpito è stata l'assenza di rumore, l'ampiezza degli spazi, la distribuzione della luce, l'azzurro della rete dei vialetti, con strisce spartitraffico e passaggi pedonali, che attraversano le zone di lavoro; gli uffici con le pareti di cristallo collocati in mezzo al percorso del montaggio, quasi a sottolineare il superamento di ogni distinzione tra operai e impiegati. Poi il serpentone giallo: la nuova «catena» che catena non è più, collocata su di un largo nastro di parquet tirato a lucido, che si sposta lentamente, dove anche a me estraneo viene consentito di muovermi liberamente nei larghi spazi tra una postazione e l'altra.

Tutto è strutturato in funzione della persona che lavora: è la scocca ad abbassarsi o rovesciarsi, non le braccia ad alzarsi. I lavoratori, per lo più giovani, ragazzi e ragazze, tutti con una tuta bianca pulitissima, suddivisi in gruppi di cinque o sei e tra loro intercambiabili. Scelgo a caso quelli o quelle con cui parlare a tu per tu. Tutti mi dicono che la nuova organizzazione è meno pesante della precedente. La paga base mensile lorda di un quinto livello, qui, è sopra i 1.700 euro, quasi 1.550 per un terzo livello; poi ci sono il premio e gli scatti; quando entrerà in funzione il terzo turno, a questi si aggiungerà il compenso per l'ora e mezza media settimanale di straordinario e la maggiorazione per il lavoro notturno.

Uscito di lì, attraversando le vie sdrucite della periferia di Napoli, mi frulla per la testa la frase più benevola che ho sentito dalle mie parti politiche riguardo a questo stabilimento due anni fa, quando si discuteva del progetto «Fabbrica Italia»: «Sì, purché sia un'eccezione». Ma perché questa diffidenza? Solo per le due deroghe marginali che il progetto comportava rispetto al contratto collettivo nazionale, delle quali la più rilevante riguardava appunto la possibilità di un'ora e mezza di straordinario alla settimana? A me sembra che dovremmo, semmai, auspicare altri cento stabilimenti come questo per lo sviluppo del nostro Mezzogiorno, per rimettere in moto la crescita del nostro Paese. Altro che «un'eccezione»!

Oggi l'obiezione è che a Pomigliano si viola la democrazia sindacale, perché non viene riconosciuto il diritto della Fiom-Cgil a una rappresentanza in fabbrica. Questo è il risultato - conforme, peraltro, alla legge vigente - del rifiuto opposto dalla stessa Fiom alla firma di qualsiasi contratto collettivo applicato dalla Fiat. Cambiamo questa norma. Però l'attacco violentissimo contro il piano «Fabbrica Italia» è venuto molto prima che sorgesse il problema della rappresentanza sindacale. E la guerriglia giudiziaria contro il progetto, l'opposizione a che qualche cosa di simile a Pomigliano si faccia anche altrove, prescinde da questo particolare problema.

Si dice, ancora: «La Fiat non ha chiarito il suo piano industriale». Sarà; ma qui c'è un investimento colossale che sta dando lavoro per almeno quattro anni a migliaia di persone; e lavoro di alta produttività e qualità, relativamente ben retribuito. Chiediamo pure chiarimenti ulteriori sul futuro, ma qui c'è già qualcosa di chiarissimo per il presente, che stiamo disprezzando senza neppure degnarlo di uno sguardo (il sindaco di Napoli de Magistris ha rifiutato di visitare lo stabilimento!). Oltretutto, disprezzandolo, presentiamo a tutte le multinazionali che potrebbero essere interessate a investire da noi, un'immagine repellente del nostro Paese.

Ai ragazzi del centro sociale «contro Marchionne e contro il precariato» ho chiesto: non vi accorgete che, tolto Marchionne, vi resta solo il lavoro nei sottoscala controllati dalla camorra? Chi incita al rifiuto di un investimento come quello della Fiat-Chrysler su Pomigliano, da dove pensa che possa venire lo sviluppo del Mezzogiorno e la crescita di questo Paese?

di Pietro Ichino, tratto da "Corriere della Sera" del 24/01/2012